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La resposta dla Region
scrit ai 12 March 2005 da les 21:00:16 da noeles

Friul


Statut: piec ne podòvela nia jí

La Region respon a les obiezions dl Comité 482/99

Piec ne podòvela nia jí con la rescritura dl statut de autonomia dla Region Friul-Venezia-Giulia. Les normes statutares per cie che reverda la promozion de lingaz y de cultura furlana, desche te na mendra mesura per chela slovena, se tegn dassen al general, al nia-oblient y ne scriv dant degun dovei o obietifs da arjonje, tant demanco veid l statut dantfora valga sort de parité de derc y na doura dl lingaz al medem livel. Ai 9 de merz ti á la Presidenza dla Region responú al comité 482/99 che ti ova trat dant a la Region de ester con sie sboz de statut enfinamai plu endò dla Costituzion Taliana y dla lege 482/99 sun les comunités de mendranza dl stat. Ma la chestion ne se ruva nia chilò. L statut é n sboz y nia deplú enfin a ciamò. Foto: Alessandro Tesini ti á responú al Comité 482/99.
 


Trieste, 9 marzo 2005
Prot. SP.05/12



Spettabile
Comitato 482
UDINE





Oggetto: I diritti delle minoranze linguistiche nell’art. 5 della proposta di nuovo Statuto speciale approvata dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia.


In riferimento alla nota del Comitato 482, del 17 febbraio 2005, in cui si esprimono delle obiezioni sul testo dell’art. 5 (Minoranze, lingue regionali o minoritarie e corregionali all’estero) della proposta di nuovo Statuto, approvata il 2 febbraio scorso dal Consiglio Regionale, si rileva quanto segue.
In particolare il Comitato 482 sostiene come:

a) la norma non tuteli i diritti linguistici dei cittadini friulani, sloveni e germanici e con ciò rappresenti un passo indietro sia rispetto alla Costituzione della Repubblica, sia rispetto a quanto previsto dalle leggi n. 482 del 1999 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche) e n. 38 del 2001 (Norme a tutela della minoranza linguistica slovena della regione Friuli Venezia Giulia);

b) la norma non parli, contrariamente alla Costituzione, "di diritti che si riferiscono alle minoranze linguistiche", intese come comunità; in special modo non ne parli con riferimento ai friulani e ai germanici per i quali non ci sono né riconoscimento né tutela, ma solo "promozione" delle rispettive lingue;

c) la norma introduca una diversità di trattamento tra sloveni da un lato e friulani e germanici dall’altro, che non può trovare giustificazione nel fatto che si tratti di una "minoranza nazionale" o che possa contare su una legge di tutela specifica (L. n. 38/2001), posto che né la Costituzione né la L. 482/1999 introducono distinzioni di trattamento tra gruppi minoritari;

Inoltre, le obiezioni sopra sintetizzate sono accompagnate dalla doglianza che non sarebbero state accolte analoghe richieste sia durante i lavori della Convenzione sia nel corso dell’iter consiliare di approvazione.
Del resto le richieste caldeggiate dal Comitato 482 sono contenute in una nota del 20.9.2004 che di seguito si trascrive:
 
PROPOSTA DL COMITÉ 482/99:
 "La Regione riconosce nelle minoranze linguistiche storiche del suo territorio, la friulana, la slovena e la tedesca, uno dei fondamenti della sua specialità. E’ suo proposito salvaguardarne l’identità mediante la tutela delle rispettive lingue. A tal fine si propone come soggetto primario e coordinatore della politica linguistica a favore delle suddette minoranze, si impegna ad applicare e ad integrare la legislazione dello Stato in materia con proprie leggi e interventi, promuovendo l’uso delle rispettive lingue in tutti gli ambiti della comunicazione di massa. Si impegna altresì a sostenere con legislazione propria le lingue friulana, slovena e tedesca nell’insegnamento scolastico, al fine di garantirne l’apprendimento più completo, e si impegna di conseguenza a promuovere la formazione degli insegnanti riconoscendo loro i titoli professionali in materia".
 
Il Consiglio Regionale ha invece approvato il testo seguente:
"Art. 5
(Minoranze, lingue regionali o minoritarie e corregionali all'estero)
1. Il Friuli Venezia Giulia valorizza la diversità linguistica come patrimonio comune di tutti i suoi cittadini.
2. La Regione riconosce e tutela con propri atti i diritti di quanti appartengono alla minoranza nazionale slovena e promuove altresì la lingua friulana, la lingua slovena e la lingua tedesca.
3. La Regione provvede con specifiche norme a promuovere l’uso delle lingue di cui al comma 2 nei vari contesti sociali e a valorizzare le culture delle minoranze storiche.
4. omissis
5. omissis"
La norma approvata dal Consiglio Regionale è sicuramente un passo avanti rispetto allo Statuto attuale (art. 3, LC 1/63)) perché abbandona il concetto di tutela negativa o formale, intesa come divieto di discriminazione per motivi di lingua, per abbracciare il ben più pregnante concetto di "tutela positiva" nei confronti delle minoranze linguistiche storiche presenti nel territorio regionale.
Altro è perciò la parità dei cittadini come singoli, indipendentemente dal gruppo linguistico di appartenenza, così come recita l’attuale Statuto del Friuli Venezia Giulia, altro è ancora la specifica tutela che la norma approvata dal Consiglio Regionale assicura alle minoranze linguistiche e quindi a coloro che ad esse appartengono: in tutto ciò è implicito il riconoscimento che tali minoranze formano comunità differenziate ancorché prive di soggettività giuridica.
La norma è certamente anche in linea con i principi affermati dalla Carta europea delle lingue regionali o minoritarie del 1992, laddove riconosce nella diversità linguistica un fattore di arricchimento, un patrimonio comune dei cittadini del Friuli Venezia Giulia; così pure dove la norma preannuncia un’azione finalizzata a promuovere l’uso delle lingue minoritarie nei vari contesti sociali.
Se è vero quanto sopra, non si vede come la norma possa costituire un passo indietro rispetto alla L. 482 del 1999, che di quei principi costituisce attuazione.
Di seguito si riportano i primi due articoli con qualche osservazione di carattere generale.
"L. 15.12.1999 n. 482
"Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche"
Art. 1
1. La lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano.
2. La Repubblica, che valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, promuove altresì la valorizzazione delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge".
Art. 2
1. In attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo".
La L. 482 del 1999 è la prima legge generale di attuazione dell’art. 6 Cost.
Si tratta di una legge di principi destinati a fornire l’opportuno fondamento giuridico di misure di tutela positiva a favore delle minoranze linguistiche riconosciute. Una cornice normativa che apre la strada ad una molteplicità di interventi non necessariamente uniformi per tutte le minoranze linguistiche ivi riconosciute.
Gli artt. 3 e 6 della Costituzione –della cui attuazione la L. 482 del 1999 si occupa- non impongono affatto che per tutte le minoranze linguistiche siano dettate identiche forme di tutela (cfr. C. Cost. 11.2.1982, n. 28). Al contrario, l’art. 6 Cost., prescrivendo che la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche, esprime per queste l’esigenza di un trattamento specificamente differenziato (cfr. C. Cost. 16.4.1975, n. 88).
In effetti, il regime di tutela delle minoranze linguistiche storiche nel nostro Paese è molto variegato proprio in quanto la loro condizione è difficilmente comparabile e quindi non possono essere assoggettate ad un trattamento uniforme. Ma se è vero che sono stabiliti diversi livelli di tutela in relazione a minoranze linguistiche di diversa importanza pratica, è anche vero che tutte le lingue e culture espresse dalle minoranze riconosciute hanno pari dignità.
Palese poi è l’intento della L. 482/1999, di non trasferire la tutela minoritaria sul piano delle istituzioni politico-amministrative, evitando così di dar vita a qualcosa che assomigli alle comunità linguistiche presenti in altri ordinamenti di Stati europei (Belgio, Ungheria).
L’attenzione è rivolta anzitutto alla dimensione culturale della tutela: uso e insegnamento della lingua minoritaria nelle scuole, sostegno delle tradizioni culturali della minoranza linguistica, trasmissioni giornalistiche o altri programmi da parte del servizio pubblico radiotelevisivo, editoria e media. Poi si prevede di consentire, a date condizioni, l’uso delle lingue minoritarie negli organi collegiali delle amministrazioni locali e negli uffici della P.A.; di favorire il ripristino di cognomi nella forma originaria; di affiancare ai toponimi ufficiali, quelli conformi alle tradizioni e agli usi locali.
I gruppi ai quali la tutela è rivolta sono espressamente indicati dalla legge; è però difficile arrivare alla conclusione che quella prevista è nel suo complesso una tutela collettiva delle comunità parlanti la lingua minoritaria riconosciuta.
La L. 482 del 1999 si occupa uniformemente delle diverse minoranze linguistiche riconosciute nel nostro Paese, senza però cancellare le tutele accordate a talune minoranze linguistiche storiche, seguendo il criterio della specialità, da una copiosa legislazione anteriore rimasta pienamente in vigore. Tanto meno la legge n. 482 del 1999 può pregiudicare le disposizioni più favorevoli, contenute in accordi internazionali, che disciplinano la situazione delle minoranze linguistiche.
Tra le minoranze linguistiche che godono di tutela differenziata (peraltro nettamente inferiore alla tutela delle minoranze "superprotette" accordata ai tirolesi di lingua tedesca in Alto Adige e alla popolazione francofona in Val d’Aosta) c’è proprio quella slovena: minoranza linguistica riconosciuta ai sensi dell’art. 6 e della X disposizione transitoria della Costituzione, nonché dell’art. 3 dello Statuto speciale per il Friuli Venezia Giulia (LC n. 1 del 1963). Tale qualificazione -un tempo parzialmente legata al Memorandum d’Intesa tra i Governi d’Italia, del Regno Unito, degli Stati Uniti e della Jugoslavia, concernente il territorio libero di Trieste (siglato a Londra il 5 ottobre 1954), ormai decaduto e, peraltro, attuato in passato solo in modo parziale e prevalentemente in via amministrativa– deriva, innanzitutto, dal Trattato di Osimo (stipulato fra l’Italia e la Jugoslavia il 10 novembre 1975 e reso esecutivo con legge 14 marzo 1977, n. 73), il quale fa esplicito riferimento all’impegno dello Stato italiano di tutelare la "minoranza jugoslava" residente nel proprio territorio parallelamente all’impegno dello Stato jugoslavo verso la minoranza italiana residente nel territorio di quest’ultimo. La stessa qualificazione deriva, inoltre, da vari atti legislativi nazionali e regionali, in qualche modo connessi con gli impegni assunti dallo Stato italiano sul piano internazionale, che hanno riconosciuto alla minoranza slovena insediata in parte del territorio della Regione Friuli Venezia Giulia appositi "diritti" in relazione a vari ambiti della vita civile, sociale e politica (v., ad esempio, la legge 14 aprile 1956, n. 308; la legge 19 luglio 1961, n. 1012; la legge 22 dicembre 1973, n. 932; la legge 14 gennaio 1975, n. 1; la legge 24 gennaio 1979, n. 18; il DPR 31 maggio 1974, n. 416; la legge 9 gennaio 1991, n. 19; la legge 23 febbraio 2001, n. 38; nonché, in ambito regionale, le seguenti leggi: 24 luglio 1986, n. 30; 1 marzo 1988, n. 7; 9 marzo 1988, n. 10; 5 settembre 1991, n. 46) (cfr. C. Cost. n. 28 del 1982 e n. 62 del 1998).
Questo spiega perché la norma contenuta nella proposta di nuovo Statuto parli di "diritti" da riconoscere e tutelare in relazione alla minoranza slovena.
Nessun intento dunque di accordare nuove tutele privilegiate agli sloveni, ma solo ripresa di concetti già esistenti in fonti normative obbliganti sia per lo Stato che per la Regione nei confronti di detta minoranza. Del resto, la stessa LR n. 38 del 2001 "riconosce e tutela i diritti dei cittadini italiani appartenenti alla minoranza linguistica slovena…", per cui non c’era alcuna ragione per abbandonare una terminologia consolidata. Terminologia che, a quanto sembra, non fa che ribadire la specialità della minoranza slovena nei confronti delle altre minoranze linguistiche storiche considerate dalla legge-quadro n. 482 del 1999.
Non si può seriamente mettere in dubbio poi che la minoranza slovena sia anche una minoranza nazionale perché ha uno Stato estero sovrano di riferimento, uno Stato-Patria che altre comunità linguistiche, pur riconosciute, non hanno. Una minoranza nazionale che abita in zone che confinano con territori dello stesso segno linguistico appartenenti a uno Stato straniero limitrofo, nel quale è lingua ufficiale la lingua parlata dalla minoranza tutelata. Di qui trae significato la dizione usata nella norma approvata dal Consiglio Regionale, in aderenza, del resto, ad un’impostazione seguita dagli appartenenti alla minoranza slovena in Regione che hanno reclamato la qualificazione della stessa come minoranza nazionale, piuttosto che come minoranza linguistica, nonostante che la Costituzione italiana contempli solo minoranze linguistiche e non anche minoranze nazionali. Peraltro, a livello europeo, una Convenzione-quadro più recente della nostra Costituzione ha proprio ad oggetto le minoranze nazionali.
Nessuno ha mai pensato che i "diritti linguistici" siano "il vezzo di pochi esaltati o materia per il tempo libero". Al contrario, era convinzione di tutti che la lingua propria di ciascuna minoranza fosse un elemento fondamentale di identità e mezzo primario di trasmissione dei relativi valori e, quindi, di garanzia dell’esistenza e della continuità del patrimonio proprio di ciascuna minoranza linguistica.
E che tali "diritti" si colleghino ai principi supremi della Costituzione (nella specie, al principio pluralistico e di eguaglianza sostanziale) che segnano i limiti invalicabili ad ogni mutamento costituzionale, era pure convinzione comune tanto che sono stati collocati nel capo dei principi fondamentali del nuovo Statuto dove occupano la stessa posizione degli omologhi principi della Costituzione repubblicana.
La formulazione della norma proposta dal Comitato 482 si presta ad almeno due rilievi negativi.
Il primo è che scende troppo nel dettaglio muovendosi non a livello di principi, come nel resto dello Statuto, ma di disciplina regolativa che meglio potrebbe trovare posto nella legislazione regionale attuativa.
Sul piano strutturale la norma quindi confligge con uno dei criteri-guida della riscrittura dello Statuto: l’essenzialità.
Il secondo rilievo è che la norma assume la diversità linguistica come ragione esplicita della specialità regionale, quando la scelta di fondo della riscrittura dello Statuto è stata quella di declinare la specialità nelle diverse norme senza dichiararla.
Oltre a questi due rilievi si può notare che:
a) l’uso ripetuto del termine "si impegna" riferito alla Regione non è consono ad una fonte statutaria di rango costituzionale ma piuttosto ad un documento di natura contrattuale o programmatica;
b) i contenuti dettagliati di tutela minoritaria sono inclusi tutti in germe nell’articolo approvato dal Consiglio Regionale, la cui formulazione risponde al criterio di essenzialità posto a base della riscrittura del nuovo Statuto.
In conclusione, i rilievi avanzati dal Comitato 482 in relazione all’art. 5 della proposta di nuovo Statuto approvata dal Consiglio Regionale non hanno alcun fondamento.
Non ne ha il rilievo indicato in premessa sub lett. a) perché la norma appresta la tutela a tutte le lingue minoritarie riconosciute, nel rispetto delle norme della Costituzione repubblicana e della legge n. 482 del 1999.
Nemmeno è fondato il rilievo indicato sub lett. b) perché la dimensione collettiva di tutela delle minoranze linguistiche, intese come comunità titolari di pretese immediatamente fruibili attraverso forme di istituzionalizzazione, non è espressamente contemplata né dalla Costituzione, né dalla L. 482/1999. Per il vero, le comunità linguistiche non sono soggetti giuridici ma si presentano come "comunità diffuse" o "quasi soggetti", cioè come collettività di persone sprovviste di qualunque possibilità di azione giuridica diretta ma che l’ordinamento riconosce come centri di riferimento di un fascio di interessi meritevoli di tutela.
Parimenti infondato è il rilievo sub lett. c) perché la diversità di trattamento in favore degli sloveni rispetto ai friulani e germanici ha un ancoraggio forte nei trattati internazionali e nella legislazione statale attuativa, diversità che semplicemente è stata registrata nella proposta di nuovo Statuto. Gli sloveni sono del resto una minoranza non solo linguistica, ma anche nazionale perché si considerano parte di una comunità nazionale diversa da quella espressa dalla maggioranza dei loro concittadini e avente come sua Patria uno Stato diverso da quello di cui essi sono cittadini.
Distinti saluti

Alessandro Tesini

 
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